Enotria Tellus
Un papavero giallo sbocciato nel 2016 sulle terre del Piave

“Terra del vino”. Enotria Tellus.
E’ l’antico nome della nostra Italia che campeggia sulla facciata di questa cantina a San Polo di Piave. Una scritta in caratteri maiuscoli con un calice a formare la “U”, che racchiude le radici di viticoltori della famiglia Lucchese e identifica la loro appartenenza alla terra.
Arrivo in questo angolo della marca trevigiana in un caldo pomeriggio di sole di fine febbraio. Ad accogliermi è Anisa. Lei l’ho conosciuta qualche anno fa, tramite un giro infinito che non vi sto a raccontare, ma che non c’entrava nulla col vino. Il vino poi però ci ha unite. (Come generalmente accade).
Anisa entra in azienda fin dalla nascita di questa realtà, quando Fabio Lucchese decide di recuperare e portare avanti i vigneti e la tradizione di famiglia.
Anisa è l’anima creativa, tenuta a freno da una laurea in ingegneria industriale. Entra nel mondo alimentare e si appassiona a questo settore, approdando poi con il cuore tra i vigenti di San Polo di Piave.
Fabio è la mente e il braccio tecnico. Diplomato all’istituto enologico di Conegliano e laureato poi in Viticoltura ed enologia all’Università di Udine, porta con sé il legame con la famiglia di viticoltori e la passione per il mondo enologico che ha fin da giovane quando aiutava il nonno Giuseppe e il padre Giacomo in vigneto.
Enotria Tellus racchiude questi due giovani e il loro sogno. Racchiude la freschezza e la briosità dei due produttori che ritroviamo nelle etichette e nei loro prodotti.

Enotria Tellus nasce nel 2015 e nel 2016 inizia la prima vendemmia e la prima vinificazione.
Ad oggi sono 20 gli ettari di vigneto di proprietà che ricoprono le terre sassose a medio impasto, caratteristiche di queste zone solcate dal fiume Piave. Accanto la cantina si trova la bellussera di glera, il vigneto più antico (di circa 50 anni), che viene vendemmiato a mano. Poco più in là troviamo anche pinot grigio, pinot bianco, pinot nero, raboso e merlot nelle forme di allevamento tradizionali.
La struttura adiacente alla cantina, obiettivo di prossima ristrutturazione, mi dice Anisa, è una piccola villa di proprietà che un tempo era abitata dal professor Tramontini, personalità nota in paese grazie alla sua attività di medico e per la “medicina” che consigliava ai suoi pazienti: un buon calice di Raboso. Famosa è la frase riportata in un libro di racconti di friulani e veneti durante l’ultimo anno della Grande Guerra: “Signora, i suoi figlioli sono sani e perfetti: se sono magri sarebbe bene se riuscite a trovare qualche pezzo di pane e qualche bicchiere di vino nero e dargli da mangiare pane e bere vino che si rimettano e facciano sangue”.

La cantina non è molto grande, ma ha tutto ciò che è utile per realizzare diversi prodotti con tecnologia e tradizione: ci sono ovviamente i serbatoi ed i vinificatori, tra cui, dal 2019, sono presenti anche, eleganti e “panciute”, le anfore di terracotta (attualmente 3); c’è una barricaia dove si alternano rovere americano e francese e, per due mesi l’anno, si fanno spazio le cassette per l’appassimento delle uve.

Dalla voglia di sperimentare e dall’amore di Fabio per le bollicine nasce Viajo, il mio primo assaggio, elegante e floreale, con note fresche citrine, di mela e pera e accenni minerali. Un Pinot Grigio DOC Delle Venezie Dosaggio zero (12° alcol), metodo Charmat con un affinamento sui lieviti di circa 100 giorni che, ogni anno, cercano di aumentare sempre più, per regalare struttura e complessità a questo vino unico nel suo genere nato con l’obiettivo di valorizzare il pinot grigio utilizzato da sempre come taglio nel prosecco. E’ l’identità di Fabio, della sua storia e dei suoi studi; in etichetta c’è lui, in bicicletta, mai fermo e sempre…in viajo, ovvero in viaggio, nella ricerca di prodotti particolari identificativi dell’azienda.
E, a giudicare dai seguenti assaggi, il viaggio verso questo obiettivo sta proseguendo molto bene.

Balikwas, vino frizzante bianco, (11° alcol). E’ l’unione tra l’eleganza del Pinot bianco (40%) e la struttura e il corpo del Glera (60%) che regalano una sprintosa bollicina dalle note agrumate di lime e pompelmo accompagnate dalla balsamicità della salvia. Balikwas, nella lingua Tagalog, une delle principali delle Filippine, vuol dire “saltare improvvisamente in un’altra situazione e sentirsi sospeso, cioè vedere le cose o le situazioni da un altro punto di vista e scoprire nuovi significati conoscendole in un modo diverso. Significa quindi saltare al di là del muro della propria zona di comfort.” Comfort che nell’etichetta è rappresentato dai papaveri rossi, molto belli e rassicuranti ma tutti uguali, divisi da un muro dai papaveri gialli fluttuanti, spensierati e diversi. Quei papaveri gialli, simbolo dell’azienda, che rappresentano forza e tenacia, in quanto riescono a fiorire sui terreni impervi e rocciosi diventando così espressione di un carattere deciso, come il Prosecco di Enotria Tellus, nelle versioni Brut ed Extra Dry, racchiuse proprio nella linea Papaveri Gialli.

Lascio alle spalle (o meglio, nei precedenti calici), il glera, re delle terre trevigiane, e assaggio l’ultimo bianco, 100% Pinot bianco: Renovatio, Pinot bianco Marca Trevigiana IGT (12° alcol). “Il Pinot bianco è il Raboso in versione bianca” mi dice Anisa, “difficile da gestire nel vigneto, deciso ma elegante nel calice”. Questo, in particolare, affina 8 mesi sui lieviti con frequenti battonage, per poi riposare e riequilibrarsi 3 mesi in bottiglia prima della messa in commercio. Vinificazione completamente in acciaio.
“Il nostro obiettivo è creare dei vini pronti, freschi, da bere subito. Questo bianco ha bisogno di qualche mese di affinamento in bottiglia per regalare il meglio di sé, ma stupisce comunque già dopo tre mesi”.
Lo assaggio e regala fini note fruttate di pera e mela matura, fiori di sambuco, note citrine e minerali e un finale soffuso di miele millefiori. L’etichetta dalle note rosse e aranciate, riflette il gusto pieno e caldo che questo Pinot bianco regala al sorso.

Piradobis è il mio assaggio seguente. Rosso Marca Trevigiana IGT 2019 (13,5° alcol). In questo vino è racchiuso il risultato di quelle belle anfore che, passeggiando in cantina, ho accarezzato e osservato in tutti i loro dettagli. Sono anfore costruite su misura, da artigiani toscani, conoscendo già in partenza la loro collocazione e tutti i parametri di umidità e temperatura del locale, costituite da tre strati di terracotta con tre diverse porosità. Il vino qui dentro non affina soltanto, ma, partendo dalle uve, svolge l’intera sua vinificazione. Tutte le fasi che ruotano attorno e in esse sono svolte a mano. Le uve scelte di Merlot, semi-appassite, vengono diraspate e pigiate e collocate all’interno di questi contenitori dove svolgono la fermentazione alcolica con lieviti indigeni e una macerazione sulle bucce di circa un mese. La massa viene poi torchiata e il vino rimesso all’interno delle anfore ad affinare, con continue follature, per 5 – 6 mesi. “E’ un affinamento veloce, rispetto al legno” mi spiega Anisa “e la terracotta ha il massimo rispetto per la materia prima facendo, a contrario delle botti, esaltare l’uva”. Questo 85% di Merlot appassito e poi vinificato e affinato in anfora viene completato da un 15% di Raboso, vinificato a parte in acciaio.

Il Raboso è identità del territorio.
Questo vino è identità dell’azienda e della sua filosofia.
Piradobis è identità nel termine stesso, in georgiano. La Georgia culla dell’anfora. L’orcio che, per Fabio e Anisa, non è solo un contenitore ma un concetto ideale di ricerca del forte legame con la terra, ricerca che ha come obiettivo il rispetto dell’identità del vino, che la terracotta è in grado di mantenere.
Piradobis è anche l’identità di Anisa, nel quale si riconosce da rossista e per il legame affettivo con le anfore e le formule matematiche che ricoprono l’etichetta rimandano ai suoi studi.
La storia dietro a questa bottiglia affascina, così come all’assaggio: ciliegia, fragola e panna; una buona freschezza al palato, note balsamiche e fruttate al retrolfatto. Un vino morbido ma deciso, verticale, che, inaspettatamente è il compagno ideale, servito qualche grado sotto la norma, per un rustico aperitivo veneto con formaggi e salumi. E’, insomma, completa identità.

L’ultimo assaggio che Anisa condivide con me è Ars et Ingenium, Rosso Marca Trevigiana IGT 2018 (13° alcol).Anche qui Merlot (85%) e Raboso (15%), il primo affinato per 14 mesi in tonneaux di rovere francese (che regala carattere e astringenza) e americano (che conferisce morbidezza e rotondità), il secondo in parte affinato in acciaio ed in parte appassito. Il legno esprime tutta la sua presenza; al naso emergono note di frutta rossa matura, amarena, fragola, uva passa, violetta, vaniglia, note fumè e di liquirizia; Rotondo e persistente al palato regala calde sensazioni di morbidezza. Una maggior struttura per accompagnamenti più impegnativi: qui la carne è l’ideale, anche una buona fiorentina che verrebbe accompagnata dalle note morbide e dalla leggera acidità e la giusta tannicità del calice.
Ars et ingenium sono l’abilità pratica, la tecnica, unita all’inventiva individuale e alla creatività. Sono ciò che serve per fare un grande vino. Sono esattamente ciò che sono Fabio e Anisa assieme.

I loro vini sono tecnica e creatività, legati da un filo comune: che sia la fresca bollicina di Prosecco o i loro grandi rossi, ciò che emerge è la loro freschezza, il loro brio e la loro giovinezza, identità dei produttori, nel loro viaggio iniziato nel 2016.